I care… i nostri ragazzi (nn. 7-8/2017)

di Elena Fazi, Vicepresidente nazionale vicaria

Dedichiamo editoriale e spiritualità di questo numero a don Milani e alla sua visione di scuola.

Perché ci occupiamo con tanta passione della pedagogia di questo priore così rude e così scomodo?

Perché ancora oggi, a tanto tempo dalla sua scomparsa, la nostra scuola non riesce a svolgere a pieno il suo compito educativo e politico nel senso più alto del termine.

Lo scopo politico della nostra scuola, di ogni scuola degna di questo nome, è quello di formare cittadini competenti, attivi e responsabili. Ma, come tutti noi sappiamo bene, le basi di partenza dei nostri ragazzi sono molto diverse e non possiamo fare parti eguali tra diseguali. Se questo era vero per i ragazzi degli anni Sessanta lo è ancora oggi, purtroppo, per molti dei nostri ragazzi soprattutto per i tanti ragazzi migranti che frequentano le nostre scuole.

Sono loro oggi in gran parte i ragazzi di Barbiana.

La scuola istituzionale ha fatto dal Sessanta in poi passi in avanti nell’apertura e nella disponibilità all’integrazione e all’inclusione di tutti; le parole di don Milani hanno sottilmente, anche se non ufficialmente, permeato le nuove leggi e i decreti. Non abbiamo più il tormento del programma da concludere ma è diventato molto più difficile e impegnativo fare scuola.

La società è cambiata, le aspettative delle famiglie sono cambiate, la scuola non è più considerata una grande opportunità ma spesso solo un obbligo da assolvere. E allora sta a noi, ancor più di allora, impegnarci per far comprendere l’utilità della scuola, della nostra scuola.

Don Milani non era indulgente con i suoi alunni, pretendeva che studiassero e s’impegnassero costantemente perché solo in questo modo avrebbero potuto costruirsi un futuro migliore, non determinato dalla stato sociale o economico della famiglia d’origine. E invece è toccato, al povero priore, essere molto spesso travisato e considerato come l’antesignano del sei politico. Non era affatto così, il lavoro di gruppo dei ragazzi era finalizzato alla crescita di ciascuno e non a un volemose bene qualunquistico. I più grandi spiegavano ai più piccoli e così imparavano meglio essi stessi, perché noi insegnanti sappiamo bene che spiegare agli altri vuol dire capire sempre di più e meglio. I grandi chinati verso i più piccoli, come lui si chinava su di loro. Lo faceva come insegnante, ma prima di tutto come prete.

«La scuola, per don Lorenzo, non era una cosa diversa rispetto alla sua missione di prete, ma il modo concreto con cui svolgere quella missione, dandole un fonda- mento solido e capace di innalzare fino al cielo. Ridare ai poveri la parola, perché senza la parola non c’è dignità e quindi ne- anche libertà e giustizia: questo insegna don Milani. Ed è la parola che potrà aprire la strada alla piena cittadinanza nella società, mediante il lavoro, e alla piena appartenenza alla Chiesa, con una fede consapevole» continua ancora papa Francesco sulla sua visita a Barbiana: «Con la mia presenza a Barbiana, con la preghiera sulla tomba di don Lorenzo Milani penso di dare risposta a quanto auspicava sua madre: “Mi preme soprattutto che si conosca il prete, che si sappia la verità, che si renda onore alla Chiesa anche per quello che lui è stato nella Chiesa e che la Chiesa renda onore a lui… quella Chiesa che lo ha fatto tanto soffrire ma che gli ha dato il sacerdozio, e la forza di quella fede che resta, per me, il mistero più profondo di mio figlio… Se non si comprenderà realmente il sacerdote che don Lorenzo è stato, difficilmente si potrà capire di lui anche tutto il resto».

Il suo essere prete aveva una radice ancora più profonda: la sua fede. Voleva salvarsi e salvare, ad ogni costo. Trasparente e duro come un diamante, la scuola e la sua missione di insegnante erano un modo di tradurre nella realtà quotidiana le parole del Vangelo, le parole a noi così care di Gesù Maestro.

Scrive Nosengo nei suoi «Diari» il 31 ottobre 1967: «Alla TV in “Cordialmente” si trasmette una intervista con genitori, professori e alunni sul libro dei ragazzi di don Milani di Barbiana. Don Milani ha parlato così a milioni di italiani. Il seme morto sotto terra vive». E noi come ci insegna il Vangelo, continueremo a farlo vivere anche con le iniziative che l’UCIIM metterà in campo per ricordare l’I care e le esortazioni del nostro Priore di Barbiana.

 L’UCIIM si è sempre occupata di comprendere a fondo il pensiero di don Milani e le sue implicazioni, come testimonia l’articolo di Giovanni Gozzer, qui riportato, pubblicato ne «La Scuola e l’Uomo», anno XXIV, n. 8-9 Agosto-Settembre 1967, poco dopo la sua morte.

Lettera a due professoresse

Gentili Colleghe,

la lettera in cui, qualificandovi come «due laureate della Università di Bologna», (e capisco perfettamente il significato della precisazione) nonché prossime ad entrare nei ruoli della scuola media, mi chiedete la mia opinione sul libro sui ragazzi di Barbiana, mi induce a raccogliere alcune riflessioni (e le mie implicite risposte) in una lettera che invio, per tramite vostro, a tutti quei colleghi cui ci lega consuetudine oramai lunga di incontri e di contatti.

Esporrò quindi il mio pensiero con franchezza talvolta impietosa, senza toni apologetici ma anche senza inutile e ipocrite retoriche.

Ho letto il libro di questi ragazzi negli stessi giorni in cui mi è venuto sottomano il controverso «rapporto Moynihan», pubblicato in America qualche anno fa. Allora il professore Moynihan, un esperto di problemi sociali, urbanistici e antropologici, era sottosegretario di Stato al Lavoro, negli Stati Uniti; il suo rapporto si fissava sul tema delle condizioni della famiglia e della istruzione negli ambienti meno favoriti del suo Paese.

I risultati di tale ricerca furono assai preoccupanti: i ragazzi poveri e meno favoriti (disadvantaged) e i negri in particolare, diceva il rapporto, non si trovano nelle stesse condizioni dei loro compagni: la mancanza di istruzione, intesa non come astratta eguaglianza di offerte, né come eguaglianza di norme giuridiche, ma come concreta possibilità di sviluppo, accentua, non riduce il divario tra i gruppi sociali, come il benessere della società affluente accentua il distacco fra popoli arretrati e gruppi avanzati: la diversità si trasferisce nel lavoro, nella vita, negli ambienti umani, nel costume, nell’apatia, nel ghetto.

Una volta tutto finiva nella rassegnazione; ma oggi, in un mondo dominato dai mezzi della comunicazione (e qui cade a proposito il messaggio di Mc Luhan) subentra prima la disperazione, poi la rabbia, infine la violenza.

Un atto di accusa al nostro Sistema formativo

 Perché questa lunga e, direte voi digressiva introduzione? Semplicemente perché leggendo libro dei ragazzi di Don Milani, mi viene fatto di pensare che, per un processo analogo esso può diventare, nella genesi degli atteggiamenti e dei comportamenti di molti nostri ragazzi, se non un vangelo della rivolta, se non un manifesto del rancore e dell’inquietitudine, certo un terribile atto di accusa al nostro sistema formativo e, di riflesso, la messa in causa della società che lo formula e lo accetta.

La vostra scuola non è giusta

 La tesi è nota: la vostra scuola, diciamo pure la nostra Scuola (si riferisce alla media ma l’affermazione si può estendere a tutti gli altri ordini) non è giusta; la pagano tutti, è frutto del lavoro e del sangue di tutti, ma a chi ne ha più bisogno essa o dà meno o non dà.

Così come voi la fate, dicono questi ragazzi essa vuole solo premiare chi è già virtualmente dentro, chi si trova già sulle creste della cultura affluente, prospera, opulenta, nutrita di mezzi, di strumenti e di stimolazioni fino al superfluo o alla nausea: agli altri dà solo un servizio obbligatorio supplementare, come una volta si dava a tutti quello delle armi; la presenza di tutti può costituire, ma solo apparentemente, l’alibi di una fantomatica eguaglianza delle condizioni e delle opportunità.

La società non democratica fa leggi che suonano giuste solo nel dettato: perché soltanto chi è protetto, difeso, sostenuto dai mezzi e dall’ambiente, riceve tutto o quasi tutto, è sicuro di poter correre.

Secondo un principio in apparenza assolutamente giusto, nessuno è destinato, è nato alla stalla o al piccone: sarà la scuola a sanzionare i meno capaci, che, proprio perché incapaci di fare altro, dovranno costituire «i negri» della società industriale.

Ma come essa li screma, questi sottoprodotti? Semplicemente chiedendo loro ciò che si sa già essi non possiedono, e cioè quei linguaggi culturali ed elaborati, quei condizionamenti acquisiti, quelle riserve immagazzinate che sono proprie di chi sta sull’altro versante della società.

Per molti dei nuovi obbligati alla scuola nel retroterra familiare e ambientale, c’è spesso una penosa condizione di denutrizione culturale, ci sono secoli di infanzie tristi e solitarie, di povertà e di miseria che non stimolano la materia grigia.

È proprio compito della scuola media trasformare gli alunni meno favoriti in «minorati intellettuali» legalmente riconosciuti?

Tutto questo certo seleziona, ma è proprio compito della scuola, in particolare della nuova scuola media, ratificare questa situazione, rendendola definitiva, immodificabile e cioè con- solidate come i debiti dello stato?

Ci trasformate, dicono questi ragazzi, da semplici dimenticati o iloti dalla cultura ufficiale, in «minorati intellettuali» legalmente riconosciuti, privi di capacità, attitudini ed intelligenza. Alla vanga o al distributore di benzina eravamo ragazzi poveri che non avevano potuto andare a scuola ed eravamo venuti su come Dio voleva, ora ci fate venire a scuola, solo per dirci che siamo diversi dagli altri, che roviniamo le vostre élites, che abbassiamo I vostri livelli culturali, che appiattiamo i vostri valori, che contagiamo i vostri superdotati, che limitiamo con il nostro pesante passo da muli (ma voi preferite dire somari) la capacità dei «corsieri», di andare a passo veloce, che costringiamo tutti a camminare con l’andatura del più debole, che siamo sotto-sviluppati, che siamo poco idonei agli studi e ottusi d intelligenza; ce lo confermate anche con atti solenni e bolli dello Stato, del Ministero e non si sa chi altro, scrivendolo sulle pagelle e sui tabelloni. Vi sprecate di zeri, di tre e di quattro, ci bocciate per l’ortografia e per il dodecagono; tanto sapete benissimo, fin dal primo giorno di scuola, che noi siamo quelli che non vanno avanti.

In campagna, o a Collecchio al Monte, ci mandate la supplente in cinquecento, che arriva e scappa; fa la pendolare, come dite voi; e ci considerate poco meno che dei selvatici agresti; in città ci chiedete subito chi fa il latino; e comunque la differenza fra e gli studenti, e gli «obbligati», è una specie di schema non scritto dell’ordinamento, uno schema effettivo e operante in trasparenza nemmeno troppo velata.

I problemi sollevati dal libro non possono essere Ignorati.

Ecco ciò che sta sotto questo libro perturbante scritto dai ragazzi della campagna toscana.

Un sistema scolastico «ingiusto»

D’altra parte dobbiamo ammettere che questa nostra scuola è, nelle sue aspirazioni, nei suoi riti vetusti e sacri, spesso ingiusta e ancor più spesso priva di animazione democratica: anche quel tipo di scuola riservata a pochi, in fondo, non era giusto, anche a quei pochi essa rifiutava e rifiuta ancor oggi ogni partecipazione, ogni presenza, ogni dialogo autentico, ogni impegno associativo, ogni vita di gruppo; (chi non ricorda la vicenda della «Zanzara»?). Essa chiude le porte a qualsiasi forma di collaborazione con la famiglia (e noi stessi, professori quando nella nostra qualità di padri di famiglia, prendiamo contatto con i colleghi, o i presidi delle scuole dove vanno i nostri figli, ci troviamo a farne l’amara esperienza.

Se nell’ambito dell’attività formativa scolastica voi a questi vostri ragazzi offrirete delle occasioni e delle opportunità, non domanderete solo dei passaporti grammaticali o non farete i temi sulle carte bollate come foste dei gabellieri, se utilizzerete anche tutti gli aspetti della ricchissima esperienza e cultura familiare-ambientale di questi ragazzi, che certamente non rientrano nei modelli letterari che voi conoscete, potrete stimolare anche le loro autentiche capacità, non creerete in essi lo spirito della rivolta, il senso dell’abbandono, la convinzione dell’ingiustizia; e non darete neppure l’idea che le vostre istituzioni, che sono state messe a disposizione del sistema scolastico dai fondi pubblici e dall’impegno pubblico, servan soltanto per creare dei posti di lavoro a un gruppo o a una categoria professionale.

Le cattedre servono soprattutto per dare il pane a chi ne ha più bisogno; e questi ragazzi ne hanno veramente bisogno; ne ha bisogno la società; ne abbiamo bisogno anche noi, perché in questa società viviamo e operiamo; siamo noi che abbiamo bisogno di questi ragazzi, assai più di quanto essi non abbiano bisogno di noi.