In dialogo per la pace fra i popoli (nn. 1-2/2020)

Maria Luisa Lagani, Vicepresidente nazionale UCIIM

È il progetto che l’UCIIM vuole promuovere.

Perché?

Nell’Italia di oggi, in cui, attraverso le migrazioni e la globalizzazione, il mondo si mostra in tutte le sue sfumature culturali, etniche e sociali acquisisce grande valenza, il dialogo interreligioso. Esso diventa un’esigenza dettata dall’aumento delle occasioni di incontro e degli spazi comuni. Non è pura teoria, ma vera e propria pratica sociale.

Il pluralismo religioso diventa una realtà, non una scelta. La scelta consiste nel decidere se prendere semplicemente atto dell’esistenza di altre religioni o se conoscerle e viverle, tra differenze e cose in comune, tra ciò che allontana e ciò che avvicina.

Solo dopo una reale conoscenza reciproca è possibile abbattere gli stereotipi.

Nei documenti dell’Unione Europea il dialogo interreligioso è considerato una pratica fondamentale per «dare un contributo significativo allo sviluppo di una società libera ordinata e coesa, che sappia superare l’estremismo filosofico e religioso, gli stereotipi e i pregiudizi, l’ignoranza e l’indifferenza, l’intolleranza e l’ostilità, che anche nel passato recente, sono stati causa di tragici conflitti e di spargimento di sangue in Europa».

Dialogo che ha come scopo fondamentale «lo studio e la promozione del rispetto tra culture», la «comprensione e l’interazione positiva e cooperativa fra persone appartenenti a differenti tradizioni religiose» e il «conseguente rispetto e valorizzazione interculturale».

Già nel settembre del 2000 Giovanni Paolo II in un suo messaggio a Lisbona affermava: «Il dialogo non ignora le reali differenze, ma neppure cancella la comune condizione di pellegrini verso nuove terre e nuovi cieli. Il dialogo invita tutti a irrobustire quell’amicizia che non separa e non confonde, dobbiamo tutti essere più audaci in questo cammino, perché gli uomini e le donne di questo nostro mondo a qualsiasi popolo e credenza appartengano, possano scoprirsi figli dell’unico Dio e fratelli e sorelle fra loro».

A questo proposito anche Papa Francesco ribadisce che attraverso il dialogo si potrà eliminare l’intolleranza e la discriminazione: «Il dialogo interreligioso – sostiene – è una condizione necessaria per la pace nel mondo, e noi dovremo collaborare con chi la pensa diversamente… Il dialogo sincero fra uomini e donne di religioni differenti porta frutti di pace e di giustizia…».

Dialogo che ha come scopo fondamentale «lo studio e la promozione del rispetto tra culture», la «comprensione e l’interazione positiva e cooperativa fra persone appartenenti a differenti tradizioni religiose» e il «conseguente rispetto e valorizzazione interculturale».

Ma il dialogo tra le culture appare oggi particolarmente necessario se si considera l’impatto delle nuove tecnologie della comunicazione sulla vita delle persone e dei popoli. Siamo nell’era della comunicazione globale, che sta plasmando la società secondo modelli culturali, più o meno estranei ai modelli del passato. L’informazione accurata e aggiornata è, almeno, in linea di principio, praticamente accessibile a chiunque, in qualsiasi parte del mondo.

I processi di globalizzazione in atto e la configurazione in senso multiculturale dell’odierna società, dunque, interrogano profondamente i sistemi educativi e formativi che devono oggi mirare alla formazione dei cittadini del mondo.

La presenza simultanea di culture diverse deve rappresentare una grande risorsa quando l’incontro tra differenti culture viene vissuto come fonte di reciproco arricchimento.

È necessario, pertanto, che ogni realtà educativa, tra cui anche la scuola, favorisca un’educazione improntata al dialogo e al rispetto delle diversità, anche in campo religioso.

E il dialogo interreligioso avviene innanzitutto fra persone, non fra religioni, dottrine o sistemi.

Per sua natura l’educazione richiede apertura alle altre culture, senza la perdita della propria identità, e accoglienza dell’altro, per evitare il rischio di una cultura chiusa in se stessa e limitata. È indispensabile che i giovani apprendano attraverso l’esperienza scolastica strumenti teorici e pratici che consentano loro una maggiore conoscenza degli altri e di sé, dei valori della propria   e dell’altra cultura. Un confronto aperto e dinamico che aiuti a comprendere le differenze per evitare che si generino conflitti, e diventare occasioni di arricchimento reciproco e di armonia.

È grande la responsabilità delle scuole, che sono chiamate a sviluppare nei loro progetti educativi la dimensione del dialogo interculturale. Si tratta di un obiettivo arduo, ma necessario.

L’istruzione, la conoscenza e «la condivisione delle ricchezze etiche, religiose e identitarie, custodite in ogni cultura del mondo, saranno i valori e le leve attraverso le quali la Scuola si farà portavoce di concetti inalienabili» di crescita e sviluppo umano, come la coesione, la pace, lo scambio, il dialogo sociale.

Alcuni approfondimenti hanno posto in evidenza gli apporti che ciascuna disciplina può offrire a uno specifico progetto interculturale, traendo spunto dalle indicazioni dei programmi scolastici e avvalendosi di una loro lettura «verticale».

In tale prospettiva, la formazione interculturale dei docenti occupa un posto di tutto rilievo: è solo a partire da una corretta impostazione del lavoro educativo nella scuola che si può sperare di diffondere una sempre più necessaria «cultura della convivenza». Non si tratta di un obiettivo facile: insegnanti ed educatori per primi sono chiamati a rimettere in discussione i propri paradigmi di riferimento con l’obiettivo di attenuare il tasso di etnocentrismo presente nel nostro sistema educativo.

Si è venuta a definire, pertanto, la proposta di un’educazione interculturale che si configura come la risposta in termini di prassi formativa alle sfide poste dal mondo delle interdipendenze. Si tratta di un progetto educativo intenzionale che taglia trasversalmente tutte le discipline insegnate nella scuola e che si propone di modificare le percezioni e gli abiti cognitivi con cui generalmente ci rappresentiamo sia gli stranieri sia il nuovo mondo delle interdipendenze.

L’educazione interculturale non ha, quindi, un compito facile, né di breve periodo, poiché implica un riesame degli attuali saperi insegnati nella scuola e perché l’educazione interculturale non è una nuova disciplina che si aggiunge alle altre, ma un punto di vista, un’ottica diversa con cui guardare ai saperi e alle discipline attualmente insegnati.

Fare educazione interculturale significa lavorare per individuare, progettare e sperimentare le strategie educative e didattiche più idonee per la valorizzazione di tutte le culture e religioni, portando avanti un approfondimento multietnico e multirazziale e introducendo quelle che sono le strategie di un lavoro interdisciplinare e di collaborazione tra scuola famiglia e territorio

L’incontro, il dialogo, la conoscenza, devono essere momenti di scambio reciproco e di crescita personale e comunitaria.

La didattica interculturale deve rappresentare un orizzonte da perseguire, come cultura di base per il raggiungimento di quel nuovo umanesimo richiamato anche nelle Indicazioni Nazionali, di cui tanto ha bisogno la società contemporanea.

La finalità principale deve consistere nel valorizzare e lavorare sulle somiglianze che uniscono le persone tra loro non nel sottolineare ed interagire con le differenze insite nell’altro.

Per tutto ciò necessitano percorsi formativi (rivolti ai docenti, agli alunni di ogni ordine e grado) sul dialogo per la pace fra i popoli, sulle confessioni religiose che rappresentano un grande valore per la collettività, che sono chiamate a conoscersi, a dialogare tra di loro e coinvolgono pure le istituzioni che devono valorizzare il rapporto con le comunità di fede per favorire l’integrazione, la cultura della legalità, del confronto e del rispetto dei principi e dei valori sanciti dalla nostra Carta Costituzionale.

Quando si parla di «valori» sono chiamati in causa mente e cuore, ragione e passione, esercizio di virtù. Se i valori sono ‘universali’ allora a mente e cuore, a ragione e passione, occorre aggiungere senso di responsabilità sociale quale grado superiore del senso di appartenenza alla comunità.

«Diritti fondamentali» o «diritti della persona» o «diritti umani» sono il nome con cui il legislatore chiama i «bisogni vitali», materiali e spirituali, dell’essere umano allo scopo di renderne precettivo il soddisfacimento. In ossequio al principio dell’integralità della persona, fatta di anima e di corpo, di spirito e di materia, i «diritti fondamentali» sono pertanto sia civili e politici sia economici, sociali, culturali, fra loro interdipendenti e indivisibili.

Se si assume che le religioni sono naturalmente vocate a favorire l’interiorizzazione dei valori universali, deve convenirsi che tanto più pervasivo ed efficace sarà questo loro contributo, quanto più esse saranno capaci di rispetto reciproco. E poiché il rispetto è frutto di conoscenza obiettiva, prima ancora che di apprezzamento soggettivo, il dialogo si rivela indispensabile. Lo scambio di conoscenze, portato avanti con retta intenzione e continuità, è premessa indispensabile per convergere sull’individuazione di compiti comuni al servizio delle persone, delle famiglie, delle comunità.

Sotto questo profilo, il dialogo interreligioso è parte integrante del più ampio dialogo interculturale, al cui interno la buona volontà di ciascuno si rapporta allo stesso paradigma di valori universali per trovare ciò che unisce e perché questo prevalga su ciò che, a motivo delle diverse storie di provenienza, ha spesso diviso.

Il tipo di unità di cui si vuole dare testimonianza non ha nulla a che fare con uniformità o con omologazione né, tanto meno, intende essere una facciata di comodo: piuttosto vuole essere il sincero contributo ad una stimolante e vitale unità nella diversità, che poggi sulle solide fondamenta, sulle quali si erge ogni religione rivelata, dell’esistenza di un Dio unico e indivisibile e del servizio a tutti i membri della famiglia umana.