La scuola e il 70° compleanno della Costituzione (nn. 1-2/2018)

Luciano Corradini, Presidente emerito dell’UCIIM ed emerito di Pedagogia generale, Università di Roma Tre

L’UCIIM non giunge impreparata all’invito a celebrare il 70° compleanno della Costituzione nelle scuole: non solo perché lo scorso anno ha dedicato il suo XXV Congresso nazionale al tema «La Costituzione fonte di convivenza civile», ma perché è stata all’origine del processo di iniziativa di studio e di sperimentazione che ha portato la Costituzione nella scuola italiana.

La premessa si trova nel solenne impegno assunto dalla stessa Assemblea Costituente nella seduta dell’11 dicembre 1947, con l’approvazione all’unanimità, con vivi prolungati applausi, dell’odg presentato dagli onorevoli Aldo Moro, Francesco Franceschini, Antonio Ferrarese e Domenico Giacomo Sartor:

«L’Assemblea Costituente esprime il voto che la nuova Carta Costituzionale trovi senza indugio adeguato posto nel quadro didattico della scuola di ogni ordine e grado, al fine di rendere consapevole la nuova generazione delle raggiunte conquiste morali e sociali che costituiscono ormai sacro retaggio del popolo italiano».

Su questa base, dieci anni dopo, il presidente della Repubblica Giovanni Gronchi chiese, in un messaggio al V Congresso nazionale dell’UCIIM di ricercare ed esaminare nel concreto della situazione scolastica italiana i fondamenti ideali, lo spirito sociale, le forme didattiche adeguate per svolgere tale insegnamento in modo realisticamente efficace. A questo si unirono il messaggio del ministro Rossi, i telegrammi del presidente della Regione Siciliana e quello del papa Pio XII. Con queste sollecitazioni e questi auspici si tenne il 36° Convegno nazionale dell’UCIIM, inaugurato nel Castello Ursino di Catania (9-11/2/1957), che produsse un ampio documento sul tema «L’insegnamento della Costituzione e l’educazione civica dei giovani» («La Scuola e l’Uomo», giugno 1957). Questa distinzione e questo impegno congiunto manifestano una chiarezza di cui avrebbe bisogno anche la generazione attuale. Il materiale prodotto fu portato a Roma dall’on Domenico Magrì, consigliere centrale dell’UCIIM, già sindaco di Catania, eletto al Parlamento e divenuto deputato e sottosegretario col ministro Aldo Moro, che l’anno successivo, con dpr 13/6/1958 n. 585 avrebbe firmato i Programmi per l’insegnamento dell’educazione civica negli istituti e scuole di istruzione secondaria e artistica.

Alla conclusione dei lavori, il presidente nazionale Gesualdo Nosengo scrisse che nel convegno di Catania l’UCIIM aveva «assunto l’impegno pubblico e ufficiale di impiegare le sue forze nell’opera di educazione civico-democratica degli italiani, secondo lo spirito e il testo della nostra recente Costituzione». Riconosceva però che i buoni risultati del Convegno costituivano «soltanto la premessa di quella successiva azione educativa mediante la quale la scuola, attraverso gli insegnanti e il loro costume, le strutture, i programmi e la sua propria vita interna, potrà diventare vera matrice di alta condotta civica e di vera vita democratica, secondo i valori di civicità e di civiltà che hanno trovato espressione nel testo della Costituzione italiana». Nella pagina del suo diario personale aveva notato il 7 febbraio, mentre scriveva il suo libro per studenti intitolato «Cittadini di domani»: «Io sento questo compito come una missione». Era la consapevolezza che, per diventare «cittadini» non bastava mettere in un baule la divisa fascista.

 Questa consapevolezza fu espressa nel 1957 con toni drammatici in un discorso parlamentare di don Luigi Sturzo: «La Costituzione è il fondamento della Repubblica democratica. Se cade dal cuore del popolo, se non è rispettata dalle autorità politiche, se non è difesa dal governo e dal parlamento, se è manomessa dai partiti, se non entra nella coscienza nazionale, anche attraverso l’insegnamento e l’educazione scolastica e post-scolastica, verrà a mancare il terreno sul quale sono fabbricate le nostre istituzioni e ancorate le nostre libertà».

 All’inizio della XVIII Legislatura

 Sembra giusto ricordare, dopo l’esito delle elezioni per il Parlamento e l’inizio della XVIII legislatura, che non si presenta nelle migliori condizioni per trovare una maggioranza di Governo, che la Scuola, come il Parlamento e il Governo, sono chiamati tutti insieme a utilizzare la Costituzione non come un oggetto su cui giurare o da celebrare ad ogni compleanno, ma come la «cassetta degli attrezzi» di cui ha parlato il presidente Sergio Mattarella nel discorso di fine anno 2017, dopo aver ricordato che la missione autentica della politica si sintetizza nel rendere più giusta e sostenibile la nuova stagione che si apre:

«La cassetta degli attrezzi, per riuscire in questo lavoro – ha detto – è la nostra Costituzione: ci indica la responsabilità nei confronti della Repubblica e ci sollecita a riconoscerci comunità di vita». Orbene la cassetta degli attrezzi non si lascia nella cantina degli archivi di Stato, ma va portata con sé, maneggiata, imparando a conoscere la funzione di ciascuno degli attrezzi e usandoli secondo il bisogno per risolvere o per avviare a soluzione i problemi che docenti e studenti affrontano nella scuola in quanto persone, parti di una comunità, titolari di uno specifico lavoro e cittadini dell’Italia, dell’Europa e del Mondo.

Con altra metafora Giuseppe Dossetti invitava i giovani a fare della Costituzione una «compagna di viaggio», riconoscendo che anche lei ha qualcosa da dire, in un dialogo che arricchisce entrambi i dialoganti, se i lettori sono messi in grado di interrogarla, di ascoltarla e di praticare le fondamentali parole del suo discorso.

Questa «compagna di viaggio», che la legge 30/10/2008 chiama «Cittadinanza e Costituzione», è in attesa di rioccupare nel curricolo della scuola d’oggi almeno il posto che è stato occupato fino ai primi anni di questo secolo, dall’educazione civica.

La Costituzione a scuola come «attrezzo» utile a rimuovere ostacoli di carattere culturale e politico

 Continuare nella nuova legislatura la battaglia per ricondurre la Costituzione nell’ambito del curricolo scolastico, pur dopo il decr. leg.vo 13/4/2017 n. 62, sulla valutazione relativa al primo ciclo degli esami di Stato, è difficile non solo per le prese di posizione ambigue che si trovano in sede politica e in sede amministrativa, dove solari affermazioni circa il valore fondativo della Costituzione nella formazione dei giovani vengono poi pudicamente nascoste dal nobile velo della trasversalità dei valori di cittadinanza, che dovrebbe chiamare in causa tutti i docenti. La difficoltà è dovuta anche ad aspetti più generali della società attuale, e cioè ai limiti e alle contraddizioni che ostacolano da un lato l’esercizio, dall’altro la cultura dei diritti umani.

Sembra che i giovani d’oggi, pur dopo settant’anni di Costituzione, ritengano come scontate e dovute le conquiste democratiche della Resistenza e del Dopoguerra, mentre sospettano che la cultura che viene dalla scuola e dalle pubbliche istituzioni (la cosiddetta «politica» e l’amministrazione), non consentendo loro di godere di tutti i beni promessi (lavoro, libertà, uguaglianza, Welfare, benessere, sicurezza, pace), questa cultura, dicevo, sia poco spendibile, come se fosse una  moneta svalutata.

Certi «diritti» sono di fatto, per molti, inesigibili, perché altri li ha rubati, consumati, trascurati, lasciando il conto da pagare ai posteri, o perché il neocapitalismo, in tumultuosa trasformazione tecnologica, se da un lato migliora la qualità e la durata della vita, dall’altro non riesce a garantire a tutti neppure le conquiste sindacali del secolo scorso. Privilegiando la sovranità del consumatore planetario, costituito da pochi ricchissimi e da molti poverissimi o impoveriti e frustrati, i signori del mercato, inseguendo profitti talora illeciti, sfruttano i lavoratori, mortificandone la dignità di persone e di cittadini, che si trovano così in difficoltà a programmare il loro futuro e a costruirsi una famiglia.

Questa realtà, schematicamente abbozzata, non è solo frutto di fatalità, di cupidigia e di rapine, o di progresso tecnologico, in sé positivo, ma è anche costituita da un complesso di beni e strumenti di cui possono comunque avvalersi le nuove generazioni. Questo almeno se intendiamo l’eredità non solo come lascito di debiti da pagare e di rendite di cui godere, ma anche come talenti da investire, con umiltà, creatività e coraggio, ricuperando lo spirito dei ricostruttori del Dopoguerra, senza lasciarsi irretire da nostalgie regressive di passate stagioni.

I padri e le madri costituenti pensarono infatti che fosse giunto il momento di interrompere il circolo perverso che spesso ha portato le società dal caos alla dittatura. Confidarono che le nuove generazioni si sarebbero in qualche modo convinte della necessità di scegliere la più razionale fra queste due alternative: o dialettica pluralistica, libertà regolata, lotta democratica, sviluppo solidale e pace, oppure ingiustizia sociale, violenza, caos, dittatura, retorica ingannatrice e guerra. La Costituzione è stata pensata in questa prospettiva ed è ancora ritenuta un capolavoro di saggezza e di bellezza. Mentre però un’opera d’arte, come un quadro o una poesia, non sopporta rifacimenti ed esaurisce la sua funzione nel consentire la fruizione estetica, la Costituzione è anche uno strumento di regolazione della vita e di guida per il legislatore, e resta pur sempre nelle sue mani. E come tutti gli strumenti, è passibile anche di qualche cambiamento, come del resto è accaduto più volte, con le procedure previste dall’art. 138, anche col diretto intervento del popolo, in caso di referendum. È vero che da sole le buone leggi non bastano, secondo l’antico adagio: «a che servono le leggi senza i costumi?» È legittima però anche un’altra domanda: «come ottenere buoni costumi senza buone leggi»?