Miglioriamo la nostra scuola! (nn. 11-12/2019)

Rosalba Candela, Presidente nazionale UCIIM, Elena Fazi, Vicepresidente nazionale vicaria

Il 3 dicembre 2019 è stata resa nota l’indagine triennale PISA (Programme for International Student Assessment): indagine internazionale promossa dall’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) che ogni tre anni misura le conoscenze e le competenze chiave degli studenti quindicenni: età in cui termina l’obbligo scolastico.

È utile ricordare che l’OCSE è fra le più autorevoli fonti di informazione sullo stato dell’istruzione nel mondo.

Alla rilevazione PISA 2018 hanno partecipato 79 paesi di cui 37 paesi OCSE.

Le competenze rilevate riguardano Lettura, Matematica e Scienze.

La focalizzazione sul dominio principale, in quest’ultima rilevazione, è stata la «Lettura».

Sono stati rilevati anche informazioni di contesto quali un questionario studente (comprese le componenti opzionali sulla carriera scolastica e sulle Tecnologie dell’Informazione e della Comunicazione), un questionario scuola (rivolto ai Dirigenti Scolastici), un questionario genitori (opzionale).

Esaminiamo la «Lettura».

Gli 11.785 studenti quindicenni italiani, appartenenti a 550 scuole, si sono collocati per la lettura, insieme a Svizzera, Lettonia, Ungheria, Lituania, Islanda e Israele , tra il 23° e il 29° posto dei paesi OCSE. Un punteggio medio superiore hanno ottenuto i cinesi di Beijing, Shanghai, Jiangsu, Zhejiang, Singapore.

In merito alle sotto-scale «Individuare informazioni, Comprendere, Valutare e riflettere» e alle due sotto-scale che riguardano la «struttura del testo», gli studenti italiani risultano più bravi nei processi di comprensione, di valutazione e riflessione, meno nell’individuare informazioni. Nelle sotto-scale relative alla fonte gli studenti italiani ottengono risultati più elevati nei testi multipli rispetto ai testi singoli.

Non così per la «Matematica», in cui gli studenti italiani hanno ottenuto un punteggio in linea con la media dei paesi OCSE.

Nelle «Scienze» gli studenti vanno male.

In merito alle tipologie di indirizzo scolastico al primo posto sono i Licei e a seguire gli Istituti Tecnici e i Professionali

Volendo scendere nei particolari osserviamo come in Italia ci siano divari fra studenti del Nord, che hanno ottenuto risultati migliori, e studenti del Sud.

Le ragazze vanno meglio dei ragazzi in tutte le aree geografiche del nostro paese.

Ciò considerato quali, allora, i punti di debolezza della scuola italiana? Come si situa rispetto agli altri Stati dell’Unione Europea?

Non è facile dare una risposta precisa ed esaustiva né si possono formulare risposte generiche e semplicistiche. La nostra scuola è formata dagli alunni, dei quali si è occupata l’indagine OCSE Pisa, ma parte fondamentale siamo anche noi docenti e dirigenti. Per questo motivo, prima di tutto ci sembra opportuno riferire dell’indagine europea che si rivolge a questi soggetti, ovvero l’indagine TALIS 2018 (Teaching and Learning International Survey), condotta dall’OCSE su 260mila insegnanti di 15mila scuole in 48 Paesi del mondo, che ha confermato lo stretto rapporto che intercorre tra la qualità dell’insegnamento e la qualità dei risultati che gli studenti raggiungono nei diversi sistemi scolastici. Ripetuta ogni cinque anni, l’indagine TALIS dà voce agli insegnanti e ai dirigenti scolastici, consentendo loro di fornire input per l’analisi e lo sviluppo delle politiche educative in ambiti cruciali. Uno degli scopi di questa indagine è per l’appunto aiutare gli insegnanti, i dirigenti scolastici e gli altri stakeholder del settore dell’istruzione a riflettere e discutere le loro pratiche e a trovare il modo di migliorarle.

Alcuni dati relativi ai docenti italiani, posti a confronto con quelli della media OCSE, ci aiutano a comprendere quali possono essere le ragioni strutturali dei mediocri risultati poi conseguiti dai nostri studenti quindicenni in PISA.

Esaminiamoli insieme qui di seguito, estratti dalla Nota Paese pubblicata dall’OCSE.

1. Chi sono i dirigenti scolastici, gli insegnanti e gli studenti nelle loro classi oggi?

In Italia, in media:

  • i docenti hanno 49 anni (44 anni la media nei Paesi OCSE), i dirigenti scolastici 56 (52 anni nei Paesi OCSE);
  • il 78% dei docenti e il 69% dei dirigenti scolastici è di sesso femminile (68% la percentuale media delle docenti e 47% quella delle dirigenti scolastiche nei Paesi OCSE);
  • il 97% dei docenti concorda nel definire positive le relazioni tra studenti e insegnanti. Il 3% dei dirigenti scolastici segnala atti di bullismo tra i propri studenti, percentuale comunque inferiore alla media del 14% registrata negli altri Paesi;
  • il 35% degli insegnanti lavora in scuole in cui almeno il 10% degli studenti ha un background migratorio (a fronte di una media OCSE del 17%). Il 94% dei dirigenti scolastici riferisce che i loro docenti ritengono che bambini e giovani debbano apprendere che le persone di culture diverse hanno molto in comune (media OCSE del 95%).

2. Quali pratiche sono utilizzate dagli insegnanti in classe?

Durante una lezione tipica, i docenti italiani dedicano il 78% del tempo in classe all’insegnamento e all’apprendimento, la stessa media degli altri Paesi della rilevazione.

In Italia, il 74% degli insegnanti valuta regolarmente i progressi degli studenti osservandoli e fornendo un riscontro immediato.

In generale, la stragrande maggioranza dei docenti e dei dirigenti scolastici considera i propri colleghi aperti al cambiamento e le proprie scuole come luoghi che hanno la capacità di adottare pratiche innovative.

3. Come sono formati i docenti e i dirigenti scolastici?

In Italia, il 64% degli insegnanti ha ricevuto una formazione iniziale su contenuti disciplinari, pedagogia e sulla gestione della classe (media OCSE 79%). Il 61% dei dirigenti scolastici italiani ha completato un programma o un corso di amministrazione scolastica o di formazione per dirigenti (media OCSE 54%).

Partecipare alla formazione in servizio è comune tra insegnanti e dirigenti scolastici in Italia. Il 93% dei docenti(media OCSE 94%) e il 100% dei dirigenti scolastici (media OCSE 99%) ha frequentato almeno un’attività di sviluppo professionale nell’anno precedente all’indagine.

Nel nostro Paese l’81% dei docenti partecipa a corsi di formazione e seminari, mentre il 25% fruisce della formazione basata sull’apprendimento tra pari e sul coaching.

I docenti italiani sembrano soddisfatti della formazione ricevuta: l’84% riferisce un impatto positivo sulla propria pratica d’insegnamento, mostrando livelli più elevati di autoefficacia e soddisfazione lavorativa. La percentuale è superiore alla media dell’82% degli altri Paesi.

4. Le Tecnologie dell’Informazione e della Comunicazione (TIC)

In media, il 47% degli insegnanti italiani consente «frequentemente» o «sempre» agli studenti di utilizzare le TIC per progetti o lavori in classe (53% la media OCSE).

In Italia, il 52% dei docenti ha riferito che «l’uso delle TIC per l’insegnamento» è stato incluso nella propria formazione, mentre il 36% si è sentito preparato per l’uso delle TIC per l’insegnamento al termine degli studi.

La formazione sull’uso delle TIC è comunque il tema dello sviluppo professionale di cui gli insegnanti segnalano un forte bisogno: il 17% in Italia (18% media OCSE).

In media, in Italia, il 31% dei dirigenti scolastici riporta che la qualità dell’istruzione nella propria scuola è frenata da un’inadeguatezza della tecnologia digitale per la didattica (25% media OCSE TALIS).

Quali riflessioni emergono?

Della matematica non parliamo, collocandosi i nostri studenti nella media internazionale. Certo potremmo fare molto di più per far comprendere il senso di tale disciplina, stimolando con strategie didattiche attive e partecipative le curiosità e le intelligenze dei ragazzi, ma per il momento non approfondiamo.

Relativamente all’insegnamento linguistico nella nostra scuola, dalle medie alle superiori si considerano conseguite le abilità di lettura, comprensione e scrittura di testi; molto di questo lavoro, pertanto, viene lasciato ai «compiti a casa», fatto che rende sempre più forte il divario tra ragazzi appartenenti a contesti socio-culturali diversi. Prendendo atto delle difficoltà che si manifestano varrebbe la pena di lavorare di più e sistematicamente sulla padronanza di tali abilità di base, non solo nelle ore di italiano ma di tutte le discipline. La trasversalità di un possesso sicuro della lingua è conditio sine qua non per qualunque forma di conoscenza e conseguente competenza in ogni ambito.

Le scienze hanno uno spazio ristretto nella formazione degli studenti italiani, sia perché il quadro delle materie che si studiano fin dagli undici anni è troppo frammentario sia per la carenza di laboratori scientifici attrezzati, didatticamente interattivi e stimolanti per i ragazzi.

Segnaliamo, inoltre, l’eccessiva frammentazione disciplinare e l’eccessiva differenziazione dei percorsi negli indirizzi delle superiori, già dai 14 anni. Forse sarebbe il caso di iniziare a riflettere seriamente sulla riforma dei cicli!

Ragionando sul versante docente e dirigente proponiamo alcuni elementi emersi:

  1. Gli investimenti dell’Italia nel settore dell’istruzione sono nettamente inferiori alla media UE, in particolare per quanto riguarda l’istruzione superiore.
  2. L’Italia ha il corpo docente e dirigente più anziano dell’UE, ben vengano le nuove immissioni a raccogliere il testimone…
  3. Le procedure di selezione e assunzione degli insegnanti sono state modificate ripetutamente nell’ultimo decennio, ma finora non sono riuscite a garantire un’offerta stabile di insegnanti qualificati nella stessa istituzione.
  4. La percentuale di insegnanti soddisfatti del proprio lavoro è tra le più alte dell’UE, ma solo una piccola percentuale di questi ritiene che sia una professione valorizzata sia per le limitate prospettive di carriera, unite a stipendi relativamente bassi, sia per il progressivo degrado sociale che ha subito lo status di docente.
  5. Lo sviluppo professionale continuo è definito per legge come un «dovere professionale» degli insegnanti, ma spesso riscontriamo una risposta inadeguata di formazione da parte dei sistemi educativi.
  6. La formazione in servizio deve divenire, invece, per ciascuno di noi una esperienza professionalizzante, una forma di cura del sé professionale.
  7. Buoni insegnanti/dirigenti si diventa prima di tutto attraverso un percorso personale di costruzione della professionalità, che può però essere facilitato se accompagnato da percorsi di formazione che prevedano raccordi più stretti tra sapere professionale e sapere scientifico, tra la realtà delle classi e quella delle aule, alla luce di una visione chiara di quale insegnante si vuole per la nostra scuola.

Se tutto questo si cominciasse a realizzare, le nostre scuole diverrebbero laboratori di sviluppo professionale, opportunità di ricerca/azione, costruzione di comunità educante e autoeducante.

Cominciamo, allora, noi docenti e dirigenti a costruire e incrementare un forte dinamismo nei confronti del nostro futuro professionale e di quello dei ragazzi che ci affidano.