Per ricordare… e non solo (nn. 5-6/2017)

23 maggio 2017. Varco per la prima volta la porta dell’aula bunker di Palermo.

Si celebrano Falcone e Borsellino. È LA GIORNATA DELLA LEGALITÀ.

Ricordare ogni anno è doveroso non solo per tenere vivo un triste ricordo ma per promuovere valori quali giustizia, legalità, solidarietà, libertà, pace.

Nata e cresciuta nella valle del Belice, ricordo i tanti morti ammazzati che funestavano le vie del mio piccolo comune già distrutto dal terremoto del ’68, ricordo la parola mafia pronunciata da tutti con ostentata indifferenza.

Ricordo il funesto silenzio della gente ma, stranamente, anche della scuola.

Un silenzio che si perpetrò persino il 29 luglio del 1983 quando fu ucciso Rocco Chinnici che nel mio comune fu pretore dal 1954 al 1966.

Poi qualcosa cambiò: arrivò il maxiprocesso con i primi colpi veri inferti alla mafia. Ma la mafia reagì violentemente fino ad ordire la «Strage di Capaci», il 23 maggio 1992, con l’uccisione di Giovanni Falcone e la sua scorta e, nello stesso anno il 19 luglio, Paolo Borsellino con la sua scorta.

Per fortuna le coscienze assopite si svegliarono, la rabbia esplose e si trasformò in bisogno di riscatto.

Finalmente la Sicilia reagiva: in segno di protesta e rivolta a Palermo la gente stese alle finestre, per le strade, lenzuola bianche divenute poi simbolo di lotta alla mafia.

Anche la scuola si svegliò. Subito dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio, nel 1993, venne emanata la circolare Jervolino: «Il contesto storico-sociale nel quale la scuola italiana si trova attualmente ad operare, richiede da parte di tutti gli opera- tori scolastici una sempre più rigorosa e puntuale attenzione per alcuni aspetti assai preoccupanti delle vicende nazionali, che sembrano registrare una obiettiva diminuzione della consapevolezza del valore della legalità. Ciò va collegato principalmente alla crisi di valori, alla quale anche il Capo dello Stato ha fatto riferimento in un suo saluto al mondo della scuola, con un’analisi dolo- rosa, che lo ha indotto a parlare di delitti atroci in Patria con la morte di persone che avevano posto la loro vita al servizio della comunità, dello Stato». (Circolare Ministeriale 25 ottobre 1993, n. 302).

Eppure già nel 1958 il Decreto Moro recitava che «l’educazione civica ha da essere presente in ogni insegnamento», che «ogni insegnante prima di essere docente della sua materia, ha da essere eccitatore di moti di coscienza morale e sociale». (D.P.R. 13 giugno 1958, n. 585).

Chissà… se la scuola, i Docenti, avessero dedicato più tempo all’educazione di quei moti di coscienza morale, sociale, politica chissà… la storia poteva forse essere diversa!

Altri percorsi il MIUR ha indicato nel tempo. Per esempio le Linee di indirizzo elaborate dal «Comitato Nazionale Scuola e Legalità» istituito dal Ministro Fioroni nel 2007.

Quindi qualcuno nel tempo aveva compreso che la vita sociale deve essere regolata da norme giuridiche, morali, religiose e di costume, fondamento della condotta di tutti i cittadini, i quali vanno educati e incentivati! Qualcuno aveva compreso che la famiglia e tutte le altre comunità educanti hanno quale primo dovere promuovere nei giovani una coscienza civile, educandoli al rispetto delle regole di convivenza e di legalità!

È che non si aveva piena coscienza di quanto urgente e indispensabile fosse una costante educazione alla legalità, alla cittadinanza attiva e responsabile, un patto educativo scuola-famiglia per radicare nelle coscienze il «bene comune», per rimuovere tutti quegli atteggiamenti che tendono alla illegalità, per far introiettare comportamenti responsabili.

Da alunni prima e docenti poi, tanti dovremmo fare il «mea culpa» per non aver compreso fino in fondo che il silenzio e la noncuranza sono complicità. Che ai ragazzi bisogna parlare apertamente di «mafia» senza metafore o concetti troppo astratti e lontani dalla triste realtà.

Oggi l’Italia intera ha preso coscienza che bisogna lottare contro «TUTTE LE MAFIE» e contro ogni forma di corruzione. Oggi quei luoghi simbolo delle stragi sono diventati emblema di un riscatto morale e sociale che tutti vogliamo.

Oggi l’aeroporto di Palermo si chiama «Falcone Borsellino» così come alcune scuole portano il loro nome. Oggi quei «martiri» sono nella nostra memoria e nella nostra vita.

Oggi, 23 maggio 2017, sotto le steli erette in ricordo risuonano le note della colonna sonora del film «La vita è bella» quale monito che, nelle più tristi vicende della vita, ci sono spiragli di speranza.

Cosa può fare la scuola

 Elena Fazi, Vice Presidente nazionale Vicaria

 Sono stata inviata dalla Presidenza nazionale alla presentazione di Palermo chiama Italia, impegno previsto dalla Rai per la settimana del 25° anniversario dell’assassinio di Falcone e di Borsellino.

In quell’occasione oltre alla Presidente della Rai, Monica Maggioni, ai responsabili di tutte le reti televisive e radiofoniche e ad alte figure istituzionale dell’Arma dei Carabinieri, erano presenti la Ministra Fedeli e la prof. Maria Falcone. La prima ha sottolineato l’importanza di formare giovani sensibili e consapevoli del fenomeno mafioso e informati su quanto lo Stato ha fatto dal punto di vista legislativo per contrastarlo. La seconda, presidente della Fondazione Falcone, è stata intervistata prima della diretta Rai; in quell’occasione ho potuto rivolgerle la domanda che ci riguarda più da vicino, cosa può fare la scuola, alla quale la professoressa ha risposto con prontezza e passione.

D: La scuola cosa può fare?

 R: La scuola fa tantissimo, l’ha fatto e lo dimostrerà negli anni perché dicevo poc’anzi la scuola è quella che sta cercando di far cambiare la società educando i giovani a de- terminati principi. Andando nelle scuole di tutta Italia porto ai ragazzi non solo la figura del Giovanni Falcone magistrato antimafia, ma dell’uomo che ha creduto in determinati principi che sono i valori fondamentali della nostra democrazia e i ragazzi mi dicono che se ci ha creduto lui possiamo crederci anche noi. […] Giovanni affermava che la mafia oltre ad essere un fatto criminale, è un fatto culturale e per combatterla e vincerla veramente è necessario che la società cambi e la si può cambiare soltanto attraverso i giovani adeguatamente educati.

 D: Come si fa a determinare che il 25° sia un esercizio retorico, ma serva effettivamente per il futuro?

 R: Se ci sono tanti ragazzi non ci può essere retorica.

 Tutto questo ci ha incoraggiati a sostenere i nostri colleghi docenti, di ogni ordine e grado di scuola, nel loro impegno di far conoscere, in un più ampio contesto, anche «la storia e le caratteristiche del fenomeno, guardo alla sua pervasività, che presenta il rischio di sempre maggiori inquinamenti – e non soltanto nel Sud – del sistema economico e delle Istituzioni pubbliche» al fine di promuovere negli studenti il senso di responsabilità civile e democratica per spronarli ad un costante impegno sociale».

Abbiamo anche voluto chiedere a una giovane studentessa, Gaia Scorletti del Liceo Leonardo da Vinci di Maccarese (RM), che ha partecipato al viaggio della nave della legalità, le sue impressioni e le sue riflessioni in merito all’esperienza vissuta che troverete a pag. 42. Le sue parole ci fortificano nel nostro ottimismo di cristiani e illuminano la nostra speranza di insegnanti di lavorare per formare cittadini veramente degni di questo nome. Perché come sosteneva Giovanni Falcone

Gli uomini passano, le idee restano. Restano le loro tensioni morali e continueranno a camminare sulle gambe di altri uomini.

Se anche noi saremo stati e saremo degni del nostro lavoro gli uomini e le donne che porteranno avanti quelle idee saranno anche i nostri alunni.