Quale educazione civica per una cittadinanza attiva e consapevole (nn. 9-10/2109)

Rosalba Candela, Presidente nazionale UCIIM,

Lucrezia Stellacci, coordinatrice Commissione nazionale per l’educazione civica – Presidente regionale UCIIM Puglia

L’editoriale di questo numero è dedicato all’insegnamento dell’educazione civica, tema a noi assai caro. D’ora in poi vorremmo lasciare sempre nella rivista uno spazio a tale insegnamento, questo allo scopo di riflettere e condividerne con i nostri lettori il senso e il suo valore epistemologico, la funzione che può e deve avere in una società, come l’attuale, quasi priva del senso della Comunità e dedita al culto del desiderio e delle idee individuali considerate come Legge.

Vorremmo aprire un dialogo critico su come questo insegnamento, non ridotto a una specie di catechismo di comportamenti o di elenco di norme, possa costituire la chiave di volta per la costruzione di una cittadinanza davvero attiva e consapevole.

Aspetto fiduciosa i vostri contributi di riflessione e/o di esperienze didattiche da condividere: essi potranno essere un importante punto di partenza per ulteriori attività.

Ringrazio, per prima, Lucrezia Stellacci, coordinatrice della nostra Commissione nazionale per l’educazione civica, per aver generosamente partecipato le sue preziose riflessioni scaturite dal convegno del 16 ottobre a Bari.

Sul sito nazionale è pubblicato un corso di formazione «Insegnamento trasversale dell’educazione civica nel primo e secondo ciclo di istruzione» onde formare all’atto dell’entrata in vigore di questa innovazione (1° settembre 2020) un pool di esperti che possano a loro volta, nell’ambito delle proprie scuole o reti di scuole, formare i Dirigenti e i Docenti che dovranno programmare ed attuare questa innovazione nelle singole classi.

Rosalba Candela

Il nostro impegno vuole marcare, nel segno della continuità, il passaggio dal decennio dell’educazione alla cittadinanza al prossimo decennio in cui vedremo nascere e consolidarsi, nei curricoli delle Scuole di ogni ordine e grado, l’insegnamento scolastico trasversale dell’educazione civica.

La nostra Unione si è sempre dedicata a questi temi, dei quali vanta la paternità con Nosengo e Corradini e la maternità con Checcacci e Candela. Continuiamo dunque su di un percorso già tracciato.

Con comunicazione a parte, riporto le risultanze della ricerca didattica effettuata nell’a.s. 2018-19 da una rete nazionale di 10 Scuole, dall’Università di Bari, Dipartimento per la formazione primaria, e dall’UCIIM, che, a nostro avviso, è stata decisamente positiva e interessante.

Mi soffermerò sui contenuti della legge n. 92 del 1 agosto 2019, pubblicata in G.U. il 21 agosto ed entrata in vigore dopo i 15 giorni canonici, il 5 settembre 2019.

In qualità di componente del C.S.P.I. e della Commissione che ha istruito il parere sul decreto ministeriale di sperimentazione dell’insegnamento scolastico dell’educazione civica, ho dovuto approfondire il testo del decreto e della legge stessa che ha introdotto, per l’appunto, negli Ordinamenti scolastici di ogni grado ed ordine di istruzione, l’insegnamento trasversale dell’educazione civica, disponendone l’applicazione dal 1° settembre del primo anno successivo alla sua entrata in vigore, vale a dire 1° Settembre 2020, con la contestuale abrogazione delle norme vigenti che citano invece «Cittadinanza e Costituzione».

La sperimentazione era senza dubbio un éscamotage per anticipare l’entrata in vigore della legge, sottovalutando tutte le ragioni di diritto e di fatto che avrebbero reso arduo tale anticipo.

Prima fra tutte, la sperimentazione di una legge non ancora vigente, in costanza di leggi contrastanti non ancora abrogate.

Il parere assunto dal C.S.P.I. quasi all’unanimità nella seduta dell’11 settembre scorso, è stato negativo ed oltre ad aver spiegato le ragioni di tale pronunciamento, si è soffermato a suggerire al Ministro competente, tutte le condizioni necessarie per rendere agevole il decollo di questa nuova disciplina e rispetto alle quali la disponibilità di un anno di tempo diventa davvero provvidenziale.

Infatti, non bisogna sottovalutare che c’è anche una larga schiera di detrattori di questa legge che afferma, con convinzione, che non c’è bisogno di alcun nuovo insegnamento, perché l’educazione civica nelle scuole c’è già!

Chi ha mai dubitato che svolgere la funzione di insegnante, significhi solo insegnare la propria disciplina o non piuttosto insegnare a vivere attraverso e con l’aiuto della propria disciplina?

I buoni maestri ne sono stati sempre convinti, essi infatti utilizzano le conoscenze per plasmare le coscienze, fedeli all’obiettivo prioritario assegnato alla Scuola, di «realizzare il pieno e libero sviluppo della personalità degli alunni» (art. 4 leg. 477/73).

Dunque, si dovrebbe concludere, «nihil novi sub sole», non serve l’educazione civica a scuola, perché c’è già.

Ma, questo è solo un modo, neanche troppo originale, per far passare questa riforma come una operazione di facciata, con la speranza che, passato qualche anno e scemata l’attesa, cada in disuso.

Il valore di questa innovazione, a mio parere, è nel fatto che tutti docenti, quelli già convinti e quelli renitenti, dovranno prendere coscienza della «funzione educativa» che è connaturata in tutte le discipline e garantirla con la materializzazione di un curricolo apposito, gestito come una disciplina a sé stante.

Occorre precisare che, se è vero che il provvedimento normativo è stato approvato da uno schieramento politico assai ampio, nel mondo della scuola non ha riscosso pari entusiasmo, non perché non se ne riconosca la necessità e l’urgenza e neppure perché non se ne condividano i contenuti, ma perché le soluzioni tecniche, prefigurate nella legge creano molte perplessità.

Non è previsto un orario aggiuntivo dedicato alla nuova disciplina e neppure risorse professionali nuove, ma si è ricalcato il triste ritornello della clausola di «invarianza dei costi», che velocizza l’iter parlamentare delle innovazioni da introdurre nei settori pubblici, ed in particolare nella scuola, ma aggiunge carichi di lavoro a chi ne è già gravato.

L’elenco dei contenuti potenziali della nuova disciplina, previsti dalla legge, è imponente e richiederebbe un qualificato e certosino lavoro di enucleazione dagli epistemi delle discipline di tutte le tematiche che potrebbero confluire in un ipotetico curriculum di educazione civica, seguito da un complesso lavoro di concertazione tra i Consigli di classe dei diversi corsi funzionanti e dei diversi anni di  ciascun corso che porti a condividere un curricolo verticale, che la legge chiama «curricolo di Istituto», per non meno di 33 ore per ciascun anno, affidato ad un docente di classe con compiti di coordinamento (ma senza alcun compenso).

Una volta fissati obiettivi specifici di apprendimento e traguardi di sviluppo delle competenze, nelle «Linee Guida per l’insegnamento dell’educazione civica» previste dall’art. 3 della legge, ciascun docente, nella sua libertà d’insegnamento, e d’accordo con i colleghi del Consiglio di classe, dovrà decidere quali metodi didattico-educativi applicare, se deduttivi o induttivi,  se cognitivi o empirici, fermandosi sulla soglia delle conoscenze o spingendosi fino a voler modificare gli stili di comportamento, nella consapevolezza che tali premesse condizioneranno poi la scelta dei metodi e dei criteri di valutazione degli esiti di apprendimento accertati.

Tutto questo non si improvvisa, ma richiede i suoi tempi di approfondimento culturale, di riflessione metacognitiva, di confronto fra diverse posizioni, di condivisione delle scelte effettuate, di programmazione e di documentazione.

E l’optimum si raggiungerebbe se ogni fase di questa procedura venisse costruita  con la partecipazione di famiglie e studenti (nel secondo ciclo di istruzione) e condivisa in nuovi patti di corresponsabilità che diano sostanza vera a quella collaborazione scuola-famiglia sempre auspicata ma che diventa sempre più difficile.

In una azienda privata che deve rispondere al mercato e non può permettersi di sbagliare, la fase della preparazione delle condizioni necessarie all’introduzione di una innovazione è ancora più importante della sua attuazione, perché da essa dipende il successo dell’innovazione.

Non si riesce a capire perché questa regola non debba trovare applicazione anche nel settore pubblico.

Eppure è palpabile l’importanza che la società nel suo complesso accredita a questa innovazione, quella stessa società a cui la Scuola deve rispondere, in sede di rendicontazione, sui miglioramenti conseguiti.

E come si è già detto, le condizioni per il suo successo sono culturali, organizzative, didattiche e dovranno essere realizzate al meglio, per evitarne un ennesimo fallimento che la scuola in questo ambito ha già conosciuto.

A queste condizioni interne alla scuola si aggiungono alcune importanti misure esterne previste dalla legge n. 92, quali:

– la Istituzione della Consulta dei diritti e dei doveri del bambino e dell’adolescente digitale, che opera in coordinamento con il Tavolo tecnico per la prevenzione e il contrasto del cyberbullismo;

– l’aggiornamento del Piano nazionale di formazione dei docenti al fine di introdurre fra gli obiettivi nazionali strategici l’insegnamento della educazione civica, a cui la legge n. 92 ha già destinato una quota delle risorse previste per la formazione, di circa 4 mln annui dal 2020;

– l’istituzione dell’Albo delle buone pratiche di educazione civica;

– la realizzazione di un concorso nazionale annuale per ogni ordine e grado di istruzione, per la valorizzazione delle migliori esperienze.

Molto c’è da fare e c’è da augurarsi che per una volta i tempi della politica e dell’amministrazione si conformino ai tempi della scuola.

Bisognerebbe partire con il piede giusto e partire subito. Perdere tempo significherebbe comprometterne i risultati.

L’emergenza educativa dei nostri tempi è sotto gli occhi di tutti, anzi ha già attraversato più generazioni e non possiamo limitarci a contarne i danni senza approntare rimedi idonei a fronteggiarla.

Lucrezia Stellacci