Anno LXXXIII 10 Numero 7-8 - Luglio-Agosto 2026 come la fede sia per molti nella società di oggi in crisi e insignificante. Il Pastore non prega Cristo per ottenere una grazia, ma chiede di proteggere Lui, di mantenerlo in vita mentre sta morendo: è una voce che risuona nel gelo fisico e spirituale di una chiesa vuota, mentre l’ultima bugia (bugia nel linguaggio liturgico significa candela, ma il termine è volutamente equivoco, perché qui vuol dire anche menzogna) sta per spegnersi sull’altare. La sua non è una predica, ma la constatazione di una profonda disillusione, dipingendo un quadro dove il sacro è diventato insignificante e l’uomo si trova solo, di fronte a un’immagine divina che ha perso la sua forza salvifica. È un’immagine scarna e disincantata, che riflette il senso di smarrimento del dopoguerra e la crisi spirituale che attraversa il Novecento. Un’altra poesia, intitolata «Arpeggio» tratta dalla raccolta «Il muro della terra», esprime in pochi versi la stessa profonda disillusione religiosa e sociale. Cristo ogni tanto torna, se ne va, chi l’ascolta... Il cuore della città è morto, la folla passa e schiaccia - è buia massa compatta, è cecità... I primi versi introducono un’immagine di Cristo che ritorna sulla terra, ma il suo avvento non ha più la forza salvifica di un tempo. La frase incompleta, quasi una domanda retorica «chi l’ascolta...» sottolinea l’indifferenza e la solitudine di una figura che non trova più seguaci. Nonostante il suo ritorno, la sua parola non viene accolta, rendendo vana la sua presenza. «Il cuore della città / è morto»: Questa è un’immagine forte e quasi fisica della disperazione moderna. La città, intesa come il luogo della civiltà e della vita collettiva, è priva di sentimenti, compassione e spiritualità. Il «cuore morto» simboleggia un’umanità che ha perso la sua vitalità interiore e il senso del sacro. mostrati gli effetti fisici («mi spacca il cuore»), rendendo il sentimento ancora più viscerale e profondo. L’invocazione al Signore, ripetuta due volte, non è un’invocazione di fede serena, ma una richiesta d’aiuto, quasi un’accusa a un Dio che non si rende presente. Il cuore del testo è la dichiarazione «quanta fame d’amore in me». Non si tratta di un semplice desiderio, ma di una vera e propria «fame», una necessità fisica e spirituale che lo tormenta. Questo amore mancato per Dio e per gli altri non è solo assenza di un legame specifico, ma è una sete di senso della vita, di un’appartenenza che sembra impossibile raggiungere. Infine il poeta si definisce «inetto a lenire un dolore». Questa è la confessione della propria impotenza. Non solo non riesce a trovare l’amore che cerca, ma è incapace persino di lenire il proprio dolore, di curare la ferita interiore che la mancanza di Dio gli provoca. Egli rimane col cuore spaccato, incapace di reagire. La poesia di Caproni, riflesso della perdita della fede nella società contemporanea La prima e più evidente perdita (Res amissa) da Caproni stesso suggerita, e riscontrata prima in se stesso e poi nella società contemporanea è la perdita della visione cristiana della vita. Anche se nelle sue poesie si incontrano molti simboli cristiani, Cristo è dimenticato, lasciato in disparte, bisognoso lui stesso di salvezza. Nella poesia «Il Pastore» così si esprime: «Proteggete il nostro Protettore. Salvate il Salvatore morente». Così predicava il Pastore, nel gelo della chiesa vuota, al lucore dell’ultima bugia rimasta accesa sull’Altar Maggiore. Caproni in questa poesia non mette in discussione l’esistenza di Cristo, ma mostra
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