Numero 7-8 - Luglio-Agosto 2026 11 Anno LXXXIII virtù» rovescia completamente questo significato: il mondo è un luogo in cui le grandi gesta e i valori spirituali sembrano aver perso il loro significato. È un giorno ordinario, banale, privo di eroismo e di grazia. Questo verso definisce subito il clima di un’umanità che vive in un’epoca svuotata di valori ideali e spirituali. «E le tue mani aderenti al freddo». L’immagine delle mani della donna che aderiscono al freddo è un dettaglio fisico e sensoriale molto forte. Le mani non sono semplicemente «fredde», ma «aderenti al freddo», quasi a sottolineare un’unione profonda e inseparabile con la sofferenza e la povertà. Questo freddo non è solo fisico, ma rappresenta anche la durezza, la precarietà e l’assenza di calore affettivo e spirituale del mondo esterno. «Qui dove fu / quasi una grazia nel buio / la cena nella latteria»: questo finale di strofa offre una rivelazione. Il «qui» si riferisce a un luogo umile e modesto, non a una chiesa ma a una «latteria», un’ambientazione del tutto quotidiana e non sacra. In questo contesto di povertà e oscurità («nel buio»), la «cena» diventa un evento straordinario, qualcosa di quasi mistico. L’espressione «quasi una grazia» è significativa: l’autore non usa «una grazia» in senso pieno, ma sottolinea che la salvezza, o un momento di serenità, non proviene da Dio, ma da un gesto umano, semplice e concreto, condiviso con la persona amata. L’amore e la condivisione umana diventano la nuova «grazia» in un mondo che sembra aver perso il contatto con il sacro tradizionale. Le riflessioni su questa quasi grazia nel buio vengono approfonditi nella seconda strofa. «Ritroverò nella mia / chiusa tristezza, il di più»: La «chiusa tristezza» esprime un profondo stato di malinconia e solitudine, un senso di isolamento interiore. Tuttavia, l’amore della donna offre un «di più», ovvero un valore aggiunto, un elemento che va oltre la semplice consolazione. È qualcosa di inatteso e prezioso che si rivela in una vita che sembra non avere prospettive di salvezza. Il cuore della riflessione è «il di più / che «La folla passa / e schiaccia - è buia massa / compatta, è cecità...»: La folla non è più una comunità di individui, ma una massa indistinta e anonima, che «schiaccia» con la sua indifferenza e la sua violenza. Viene descritta come una «buia massa compatta», un’immagine che rimanda a un’umanità priva di luce, coscienza e individualità. L’ultima parola, «cecità», riassume il concetto di un’umanità che non vede, non riconosce e non si cura della presenza del sacro. In «Arpeggio» Caproni dipinge un quadro di profonda solitudine spirituale. Il ritorno di Cristo non è un momento di redenzione, ma un’occasione sprecata. La figura divina è impotente di fronte all’apatia di un’umanità che si muove in modo meccanico e cieco, senza la capacità di comprendere il suo messaggio di amore e salvezza. La poesia è quindi un amaro lamento sulla perdita di fede e sulla disumanizzazione della società moderna. Un’altra poesia con spunti religiosi, dedicata alla donna amata, tratta da «Cronistoria», rivela come in un mondo senza Dio ci siano per così dire ancora dei riflessi divini. Ricorderò San Giorgio un giorno senza virtù, e le tue mani aderenti al freddo, qui dove fu quasi una grazia nel buio la cena nella latteria. Ritroverò nella mia chiusa tristezza, il di più che mi hai lasciato: la pia immagine di concordia – la medaglietta con su «Mi Iesu misericordia». «Ricorderò San Giorgio un giorno senza virtù»: i versi di apertura sono enigmatici e fondamentali. Per il poeta è impossibile riconoscere nel giorno di San Giorgio la figura tradizionale del santo cavaliere che uccide il drago ed è il simbolo di virtù, coraggio e vittoria del bene sul male. «Un giorno senza
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