7-8 Luglio-Agosto-2026

Anno LXXXIII Numero 7-8 - Luglio-Agosto 2026 39 alla realtà. C’è però una domanda più profonda, una domanda di senso, che a volte mettiamo a tacere, ma che riaffiora continuamente nella mente di chi insegna. A questa domanda ha provato a rispondere con la sua esperienza, ma soprattutto con la sua sapienza che viene da lontano, il professor Stefano Zamagni, Economista dell’Università di Bologna, durante un incontro dal titolo «Perché pensare al pensiero pensante nell’era dell’IA», organizzato dall’UCIIM Puglia (Sezioni di Altamura, Giovinazzo-Molfetta, Ostuni, Palo del Colle, Tricase). Il professore ha guidato i docenti a riflettere sulla differenza, di matrice aristotelica, tra il pensiero calcolante, finalizzato alla soluzione di problemi pratici e il pensiero pensante, capace di affrontare questioni più ampie. È proprio in tale dicotomia che trova spazio il concetto di educazione, di gran lunga più importante dei concetti di istruzione o di merito (pensiamo al «mito» della meritocrazia), chiamati spesso in causa quando si parla di scuola. Educazione deriva dal latino e-ducere, tirar fuori dall’allievo una consapevolezza che può permettergli di inserirsi nel mondo circostante. Il professor Zamagni ha fatto notare che la parola «competenza», di cui oggi si parla tanto nella scuola, ha la stessa radice del verbo «competere», ma la competizione diventa un problema, se prende il sopravvento sulla cooperazione. Il rischio è che i nostri ragazzi diventino «arrivisti a 12 anni», come scriveva don Lorenzo Milani. Fondamentale fin dai banchi di scuola è imparare ad aiutare gli altri, come antidoto al singolarismo o individualismo che insegna a pensare solo a se stessi e al proprio bene. Infatti la libertà non è solo libertà «da» vincoli di vario genere, o libertà «di» pensare o fare, ma è soprattutto libertà «per» un «telos» un «fine»che non può che essere il bene comune, quel «dedicarsi al prossimo» di cui parlava anche don Lorenzo. La con-azione, conoscenza orientata all’aOgni bozza prodotta da un sistema generativo necessita infatti di essere verificata rispetto alla coerenza con il curricolo, alla fattibilità concreta nel contesto scolastico, all’inclusività delle attività proposte e all’effettiva rispondenza ai bisogni degli studenti. L’elemento decisivo rimane dunque il giudizio professionale dell’insegnante. È il docente che conosce i propri alunni, che interpreta le dinamiche della classe, che sceglie le strategie più adeguate e che assume la responsabilità educativa delle proprie decisioni. L’intelligenza artificiale può suggerire percorsi, proporre idee, organizzare informazioni; non può però sostituire l’esperienza pedagogica, la sensibilità educativa e la capacità relazionale che costituiscono il cuore e il fascino della professione docente. Una questione educativa prima che tecnologica Tuttavia, il percorso formativo non si è limitato all’acquisizione di competenze tecniche. Fin dall’inizio è emersa la consapevolezza che l’intelligenza artificiale pone interrogativi che investono direttamente il significato dell’educazione, il valore della conoscenza e il ruolo della scuola nella formazione della persona. Proprio per questo il corso ha dedicato ampio spazio alla riflessione antropologica, filosofica ed etica. Un momento particolarmente significativo è stato l’incontro con il professor Stefano Zamagni, economista dell’Università di Bologna, intervenuto sul tema «Perché pensare al pensiero pensante nell’era dell’IA», in un evento promosso dall’UCIIM Puglia con la collaborazione delle sezioni di Altamura, Giovinazzo-Molfetta, Ostuni, Palo del Colle e Tricase. Riprendendo la distinzione aristotelica tra pensiero calcolante e pensiero pensante, il professor Zamagni ha invitato i docenti a non confondere la capacità di elaborare informazioni con la capacità di attribuire significato

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